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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Una stretta scala
Di Simona (del 12/11/2018 @ 12:04:13, in I miei articoli su Fixing, letto 55 volte)



La scala musicale è composta da sette note. E milioni di sinfonie possibili.
Proprio come la letteratura. Come l’esistenza.
Ogni libro inizia con una copertina e finisce con un epilogo: nel mezzo uno svariato numero di pagine, storie, riflessioni. Così l’esistenza, che inizia da nostra madre e finisce in modi e tempi non stabiliti da noi: nel mezzo uno svariato numero di parole, gesti, folgorazioni. Mille miliardi di sinfonie possibili, lungo una stretta scala riservata, che per ognuno è semplicemente la propria vita.
Ad ogni gradino della scala una scoperta, e il conseguente prezzo per ottenerla.
“Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino” (poesia 5 in “Xenia II”), Eugenio Montale racconta così la propria scala personale. Racconta di sua moglie Drusilla Tanzi, tanto miope da aver bisogno di aggrapparsi al suo braccio. Eppure, senza di lei, i gradini si susseguono, si susseguono i problemi e le vicissitudini, e non basta avere una buona vista per affrontarli. Al poeta manca la mano che si stringeva a lui. Mancano quegli occhi che necessitavano di occhiali per le vie del mondo, ma che avevano una visione chiara e non superficiale di tutto ciò che accadeva intorno. Erano occhi capaci di scorgere la verità, la vita, dietro alle inezie e alle tragedie dell’umanità. E così il poeta finisce il suo celebre componimento ammettendo che in realtà lui non faceva altro che dare il braccio a colei che lo guidava, “perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”.
C’è chi questa scala vuole percorrerla correndo, volendo raggiungere subito la cima, l’apice, con la stessa presunzione di chi voleva costruire la Torre di Babele. Doveva essere la scalinata suprema che portava fino a Dio. Solo che gli uomini cominciarono a parlare lingue diverse, non si capivano più tra loro. E come si può raggiungere Dio se non sei in grado di comprendere i tuoi simili?
Scala ardua anche quella che dovette percorrere Dante, esiliato dall’amata Firenze.
Nel diciassettesimo canto del Paradiso, nella Divina Commedia, Dante incontra lo spirito del suo trisavolo Cacciaguida, che predice l’esilio del sommo poeta e lo ammonisce: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salire l’altrui scale”.
È amaro il pane che non sa della propria terra e duro è il cammino lungo le strade che non ti sei scelto. Eppure questa scala così ripida porta in sé un profondo riscatto.
Come spiega il professor Franco Nembrini, in “Nel mezzo del cammin”, l’esilio - il lasciare ciò che ami - dovrebbe essere la vocazione di ciascuno, in quanto bisogna essere capaci di lasciare ciò che ci è stato dato, affinché produca frutto.
Lasciare non significa tradire ma condividere, far sì che ciò che amiamo dia un raccolto, che può essere diverso da come lo avevamo sognato o sospettato.
Dante vivrà in esilio fino alla fine dei suoi giorni.
Eppure, dall’alto di quella scomoda scala, ha descritto l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, che a settecento anni di distanza ancora parlano di noi, del nostro tempo, svelando le nostre miserie, le nostre attese e le grandiose potenzialità.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing
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