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Quando Verne indicò il futuro
Di Simona (del 18/10/2016 @ 16:43:07, in I miei articoli su Fixing, letto 228 volte)

Capita a volte che in qualche parte del mondo si formi una folla. Tante persone una accanto all’altra che si muovono all’unisono senza quasi guardarsi in faccia, tutti concentrati a far funzionare la loro realtà, ignari dell’universo che li circonda. E c’è sempre un momento in cui da questa folla si alza un braccio, ad indicare qualcosa. Sembra stia lì a puntare il cielo, o l’orizzonte, ma sta solo suggerendo di guardare un po’ più in là. Solo che gli occhi non vedono. Gli occhi sono troppo indaffarati a fissare quello che c’è, quello che si ha, e raramente colgono quello che potrebbe essere. Per riuscire a farlo serve l’immaginazione, che raccoglie tutti i dati che questo mondo offre e ne costruisce una barca per oltrepassare il possibile. Serve un animo da raffinato inventore, per guardare un po’ più in là. Serve un animo da scrittore. E nel diciannovesimo secolo, è toccato a Jules Verne alzare il braccio, per puntarlo dritto sul futuro. Innamorato della scienza e della storia, parlò di quello che la scienza non aveva nemmeno sospettato e quello che la storia pensava non avrebbe mai vissuto, raccontando il progresso come fosse un’avventura per ragazzi. Ci ha svelato che è possibile raggiungere la luna su un mezzo dalla forma cilindro-conica. E ce lo ha raccontato nel 1865, in “Dalla Terra alla Luna”. Un secolo prima dell’Apollo 11, dell’allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, un secolo prima di quel “piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, Verne aveva descritto l’impresa dell’avventuriero francese Ardan, che non riuscirà a toccare il suolo lunare, rimarrà solo a girovagare nella sua orbita, ma darà al mondo una fatale ispirazione, perché come dichiarò lo scrittore statunitense Ray Bradbury “Senza Verne, molto probabilmente non avremmo mai concepito l’idea di andare sulla luna”. Nel 1873 ha informato tutti che la terra si era rimpicciolita, non per aver assunto nuove proporzioni, ma perché si poteva viaggiare dieci volte più veloci e si poteva tentare “Il giro del mondo in ottanta giorni”. Ma abbiamo dovuto aspettare il 1995 per scoprire la sua visione sul futuro della società. La sua opera “Parigi nel XX secolo”, scritta nel 1863, non vide la luce fino agli anni Novanta, perché la visione del mondo di Verne parve al suo editore del tempo, Pierre Jules Hetzel, così pessimistica che temeva potesse ripercuotersi negativamente sulla carriera dell’autore. Pertanto la descrizione di Verne di quella Parigi del 1960 in cui i treni sfrecciano ad alta velocità, le case sono grattacieli, una rete permette comunicazioni a livello mondiale e un artista si sente inutile in un mondo che tende solo all’economia, è rimasta sepolta in una cassaforte per oltre un secolo. Ma Michel Jerome Dufrenoy, il protagonista del libro, uno scrittore di talento in un mondo in cui nessuno legge, rimane a fissarci da quelle pagine, schiacciato in un mondo freddo, sterile, senza poesia. Rimane lì, dopo anni in una cassaforte, a chiederci “E adesso? Adesso che sapete che la mia storia è anche la vostra storia, che il mio disagio è il disagio di un’intera società, cosa pensate di fare? Cosa pensate di immaginare? Siete ancora in grado di immaginare?”. Ma c’è sempre un momento in cui dalla folla si alza un braccio, ad indicare qualcosa. Suggerisce di guardare un po’ più in là. Non verso un nuovo mondo. Verso un uomo nuovo.

Simona Bisacchi
da Fixing

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