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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

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La neve ispira grandi storie
Di Simona (del 17/02/2014 @ 17:17:50, in I miei articoli su Fixing, letto 1015 volte)

Sono giorni di neve. Di gente che vola, scivola e cade. Giorni in cui si mastica oro, e ghiaccio. E poi trionfi, catastrofi, velocità, imprese, occasioni perdute. Le Olimpiadi invernali sono un grande romanzo, dall’ambientazione esotica e la trama inverosimile.
La storia narra di un tempo - breve ma ciclico – in cui 88 nazioni si riuniscono all’ombra di cinque cerchi, armate solo di sci, pattini e scope (nel caso del curling). Il suo teatro è il mondo. Il suo protagonista è l’atleta. Nel breve intervallo di tempo e spazio che va dalla pista al podio, si svolgono le loro gesta imprevedibili, bizzarre ed epiche.
Tra le pagine dei Giochi di Sochi, capita di incontrare Armin Zoeggeler, che a 40 anni non solo arriva alla sua sesta Olimpiade, ma che per la sesta Olimpiade consecutiva conquista un posto sul podio scendendo giù con uno slittino a 130 Km all’ora, per poi fermarsi e - in attesa di fumarsi un sigaro con gli allenatori - dichiarare “Se a 40 anni riesco ancora a fare questo è anche grazie al mio mondo, un paesino molto piccolo dove sono sempre Armin e non la star, lì mi posso riprendere e ricaricare”. Gente tenace quella che scende sulla neve armata di uno slittino. C’è il tedesco Albert Demchenko, sette medaglie per sette olimpiadi. E c’è Fuahea Semi, del Tongo, pronto a tutto pur di partecipare ai Giochi, tanto da rinunciare al suo nome e assumere quello del suo sponsor, Bruno Banani, produttore tedesco di slip e affini.
C’è chi la tenacia non la mette solo in pista. Perché tutto quel correre, scivolare e spingere, può servire anche nella vita di tutti i giorni. Lo ha dimostrato lo statunitense Johnny Quinn, che rimasto chiuso in bagno ha sfondato la porta, sfruttando la tecnica che usa per spingere il bob. E c’è chi porta avanti la propria bandiera con tutto se stesso, mettendoci la faccia, la fatica e anche i pantaloni. Lo sciatore di fondo Tucker Murphy alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali ha sfilato in giacca, cravatta, scarpe lucide e… calzoncini corti in onore al suo paese, le Bermuda. E anche la più antica Repubblica del mondo ha i suoi rappresentanti, Federica Selva e Vincenzo Michelotti porteranno avanti i colori sammarinesi nello slalom gigante.
Ma come in ogni romanzo che si rispetti non possono mancare eroine d’altri tempi. In un’epoca in cui attirare i riflettori su di sé è diventato lo sport internazionale per eccellenza, sfugge a ogni controllo la decisione di Vanessa Mae, violinista da dieci milioni di album venduti, residente in Inghilterra, che si è ritirata dalle scene per un anno per prepararsi alle Olimpiadi, dove prenderà parte allo slalom gigante con i colori della Thailandia, e con il cognome del padre, Vanakom. La più giovane solista a registrare i concerti per violino di Tchaikovskji e Beethoven è riuscita a qualificarsi ai Giochi nonostante un gomito rotto. Dramma, determinazione e bellezza. Un po’ come Carolina Kostner, che nel corso della sua carriera ha conquistato l’oro mondiale ed europeo, ma non è mai salita sul podio olimpico. Ha un’ultima occasione e se la gioca sulle note dell’Ave Maria di Schubert e del Bolero di Ravel, armata di un’eleganza che nessuna quindicenne dalle innate doti tecniche può essersi ancora conquistata.
Il pattinaggio di velocità racconta la favola dei due gemelli olandesi, Michel e Ronald Mulder, saliti sul podio – rispettivamente al primo e al terzo gradino – dopo una gara fratricida. E poi c’è l’incredibile storia di Hubertus von Hohenlohe, unico atleta messicano, discendente di un’aristocratica famiglia tedesca, che a 55 anni affronterà lo slalom gigante vestito da mariachi. Il suo debutto alle Olimpiadi risale esattamente a trent’anni fa, in una irriconoscibile Sarajevo. Una Sarajevo in festa. Simbolo di una Jugoslavia unita e multietnica. Dieci anni dopo, lo Stadio Olimpico divenne un cimitero per le vittime di guerra, l’impianto di bob una trincea. Di quelle Olimpiadi oggi rimangono solo rovine. Eppure si narra di un tempo in cui le nazioni si riunirono all’ombra di cinque cerchi, armate solo di sci, pattini e scope…

Da Fixing n.6

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# 1
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Di  Naty  (inviato il 21/02/2014 @ 10:12:32)
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